Social 23 Giugno 2025

MARIO GIACOMELLI – Il fotografo e l’artista

al Palazzo delle Esposizioni fino al 3 agosto 2025

L'opinione di #VAV:

  • Volendo trovare una summa per l’opera di Giacomelli, probabilmente quella che meglio esprimerebbe – sia sotto un profilo visivo che concettuale – l’idea a monte di questo iconico artista marchigiano è “il bianco ha la materia dentro”.
  • La mostra, divisa in sei sezioni (più uno) vuole raccontare al visitatore sia la fotografia dell’artista che come quest’ultimo si sia evoluto e abbia fatto evolvere la propria arte grazie agli incontri e agli scambi con alcune delle figure più emblematiche dell’arte contemporanea.
    L’inizio ci vede accolti in una stanza buia, dove immagini e concetti, posti in sequenza e accompagnati dalla voce dell’artista, ci aiutano ad entrare nell’obiettivo di quella Bencini che, con “L’approdo”, segna l’incipit di una visione incentrata sul moto e sul contrasto di veri bianchi e veri neri: sfondo comune di tutta l’opera di Giacomelli.
  • La prima e la seconda sezione si incentrano rispettivamente sul rapporto con Afro Basaldella (del quale troviamo il “Grande grigio”) e Alberto Burri, esponenti di punta dell’arte informale.
    In questa sala sono esposti diversi scatti che hanno per centro le colline marchigiane. Giacomelli, come ben visibile nelle serie “Metamorfosi della terra” e “Presa di coscienza sulla natura”, le rielabora, ma l’astrazione dell’immagine non è un processo istantaneo: si prende lo scatto, si alterano i contrasti, si astrae e poi si ricomincia fino a quando quell’immagine -scarabocchiata e annotata- non trova la sua forma finale arrivando quasi ad una sorta di land art fotografica.
    Sempre in questa sezione, sono esposte anche sette combustioni ed un cretto di Burri che riflettono l’interesse per la materia di Giacomelli, nel “Motivo suggerito dal taglio dell’albero” si ha probabilmente l’esempio per eccellenza: una pareidolia portata all’estremo che vuole comunicare il volto celato della materia.
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  • La terza sezione vede in accostamento il fotografo e la figura di Kounellis: qui il soggetto è la cruda realtà, soggettivamente rappresentata e quindi raccontata nei temi delle serie “Lourdes”, “Mattatoio”, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e “Io ti vidi fanciulla”. In queste fotografie l’azione dell’artista altera con il proprio tocco l’immagine restituendola con rinnovata intensità: i temi come la solitudine, gli affetti mancati e l’abbandono sono tenuti assieme dal fil rouge della madre, figura preponderante nell’opera di Giacomelli, che viene sempre citata attraverso i luoghi proposti negli scatti.

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Mattatoio, 1960
Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963
  • La quarta sezione trova luogo in una sala con pareti scure e una forma “circolare” a richiamare il dinamismo delle fotografie al suo interno. Qui si pone l’attenzione sullo studio dell’artista per la produzione della famosa serie “Pretini” o “io non ho mani che mi accarezzino il volto” e si possono vedere non solo gli scatti ma proprio i passaggi che hanno portato Giacomelli al risultato finale: è un vero e proprio percorso nella logica dell’artista, che permette agli osservatori di comprendere il lavoro in camera oscura e non tanto il perché quanto il come si sia arrivati ad una simile estremizzazione – quasi dicotomica – della fotografia in bianco e nero, valorizzando così l’umanità dei soggetti.
  • La quinta e penultima sezione narra il rapporto con Enzo Cucchi (del quale è esposto “Tetto” del 1984) e si torna quindi al territorio e alle Marche che talvolta si esprimono solitari ed altre in accostamento ad elementi di fusione ritrattista, dove volti e legno si fondono dando all’immagine e al territorio una valenza onirica, enfatizzata dalla presenza di immagini -statiche o in movimento- sovrapposte.
  • L’ultima sezione è dedicata a Ballen, artista sudafricano che ha espresso in più di un’occasione il suo riconoscimento verso Giacomelli in quanto fonte di ispirazione. Le serie “Per poesie” e “Questo ricordo lo vorrei raccontare” concludono la mostra fotografica con l’aspetto introspettivo di Giacomelli e, essendo la fotografia un linguaggio, il suo pensiero poetico che viene magnificamente espresso nella sala finale: una riproduzione dello studio con alcuni suoi oggetti e delle frasi dal significante oggettivo e chiaro ma dal significato soggettivo e personale.
“Le mie foto non vanno capite MA INTERPRETATE” – scritta autografa su una parete dello studio di Mario Giacomelli
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